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fuori dalla verità non c’è pacificazione

By 11 Marzo 2009 No Comments
striscione dei partigianipubblichiamo un bell’intervento di Raimondo Ricci* sul tentativo di equiparazione tra partigiani e repubblichini, utile per capire meglio l’opposizione assoluta a questo disegno che arriva dal mondo democratico e antifascista.
Chi volesse approfondire, può inoltre scaricare il testo del d.d.l. 1360 dal sito nazionale dell’ANPI.
(L’intervento è stato svolto alla riunione del Comitato Nazionale ANPI tenutasi a Roma, Sala del Cenacolo, Camera dei Deputati il 13 Gennaio 2009)

Allo scadere del legislatura 2001/2006 (governo Berlusconi), viene riproposto il disegno di legge 2244 dal titolo: “Riconoscimento della qualifica di militari belligeranti a quanti prestarono servizio militare dal 1943-’45 nell’esercito della Repubblica sociale italiana”. Il disegno di legge è composto di due soli articoli, il primo dei quali recita testualmente: “I soldati, i sottufficiali e gli ufficiali che prestarono servizio nella Repubblica sociale italiana sono considerati a tutti gli effetti militari belligeranti, equiparati a quanti prestarono servizio nei diversi eserciti dei paesi fra loro in conflitto durante la seconda guerra mondiale”. Nel secondo articolo si afferma semplicemente che dalla suddetta disposizione di legge non possono derivare oneri per la finanza pubblica.

Nonostante il basso profilo che il disegno di legge, come tale proposto dal governo, si sforza di ottenere, nasce tuttavia un conflitto profondo e insanabile con la verità storica, militare, politica e i suoi riflessi giuridici che hanno contraddistinto inequivocabilmente la vicenda relativa alla Liberazione del nostro Paese dal totalitarismo fascista, dall’alleanza col nazismo e la conseguente nascita della Repubblica democratica italiana. Tale conflitto è evidente solo che si consideri lo svolgimento reale dei fatti, che sono così sintetizzati dalla sentenza 16 luglio 1945 della Suprema Corte di Cassazione, secondo uno schema ribadito dalla stessa anche a Sezioni unite: “Dopo l’8 settembre ’43 lo Stato italiano è rimasto quello che era, secondo lo Statuto, e non ha cessato mai di esistere nei suoi organi legittimi. La pseudo Repubblica sociale italiana, la cui autoproclamazione va definita un atto arbitrario dei suoi dirigenti, non fu mai uno stato vero e proprio, sia perché mancò il libero consenso popolare alla sua costituzione, sia perché fu combattuta dallo stato legittimo attraverso la guerra dichiarata al tedesco (il 13 ottobre 1943) del quale essa era strumento. Non essendosi perciò la nazione divisa in due stati, né avendo lo stato legittimo sciolto mai i cittadini dal vincolo di sudditanza, quelli fra essi che si posero contro la nazione prestandosi a favorire il tedesco invasore non potevano non essere ritenuti traditori quali collaborazionisti del nemico.

È stato nel contesto della suddetta realtà storica e giuridica che lo Stato legittimo italiano ha emesso il Decreto legislativo luogotenenziale del 27 luglio 1944 n. 159, sostitutivo, dopo il ritiro a vita privata del Re Vittorio Emanuele III e la nomina in sua vece del figlio Umberto quale luogotonente del Regno, del precedente e identico Regio Decreto del 26 maggio 1944 n. 134, disposizioni con le quali, si prevedeva come reato quello commesso da chiunque avesse compiuto delitti contro la fedeltà e la difesa militare dello Stato con qualunque forma di intelligenza o corrispondenza o collaborazione col tedesco invasore, o di aiuto o assistenza ad esso prestata. Si tratta dei ben noti delitti di collaborazionismo punibili ai sensi del Codice Penale Militare di guerra per i quali furono celebrati, nell’immediato dopoguerra, centinaia e centinaia di processi dalle Corti di Assise straordinarie e dalle Sezioni Speciali di Corte di Assise a carico di coloro, militari o non militari, che avevano preso le armi a favore degli occupanti nazisti contro lo stato legittimo e contro le formazioni armate di combattenti inquadrati nel Corpo Volontari della Libertà (CVL). Va tenuto presente che le formazioni armate della Repubblica sociale italiana non combatterono quasi mai, salvo che in occasione dello sbarco a Salerno, contro gli angloamericani ma operarono sempre, a fianco dei nazisti o autonomamente, contro la Resistenza e contro le popolazioni civili a scopo repressivo o intimidatorio.

Il tentativo di equiparazione fra coloro che dopo I’8 Settembre 1943 presero le armi o vennero deportati, perseguitati, torturati o uccisi per la libertà d’Italia e la fondazione di una nuova identità democratica della nostra Patria, e coloro che invece si opposero, con la forza delle armi, a questo disegno a fianco degli occupanti nazisti, è stato recentemente ripreso attraverso la proposta di Legge (di iniziativa parlamentare) n. 1360 attualmente pendente presso la Commissione Difesa della Camera dei Deputati. Ciò avviene in una forma più elaborata e complessa rispetto all’iniziativa del 2006, ma sostanzialmente equivalente al tentativo precedente che si era risolto con la cancellazione dall’ordine del giorno del Disegno di Legge n. 2244, e con l’auspicio che analogo tentativo non venisse mai più riproposto, dopo una protesta alla quale avevano partecipato anche un nutrito e autorevole gruppo di professori universitari di Storia Contemporanea.

L’attuale proposta di Legge n. 1360 consta di 9 articoli, attraverso i quali, in sostanza, si prevede:

  1. L’istituzione di un’onorificenza denominata “Ordine del Tricolore”, da conferire a tutti gli Italiani che hanno partecipato alla Guerra del 1940-’45 nell’esercito regolare, nelle formazioni della Resistenza, «agli ex prigionieri o internati nei campi di concentramento o di prigionia, nonché ai combattenti nelle formazioni dell’esercito nazionale repubblicano durante il biennio 1943-’45».
  2. La corresponsione a tutti gli aventi diritto di un assegno vitalizio non tassabile di 200 euro annui.
  3. L’individuazione del capo dell’Ordine nella persona del Presidente della Repubblica Italiana.

Nella relazione alla proposta di Legge si afferma che non si intenderebbe con essa «sacrificare la verità storica sull’altare della memoria comune», ma «riconoscere, con animo oramai pacificato, la pari dignità di una partecipazione al conflitto avvenuta in uno dei momenti più drammatici e difficili da interpretare della storia d’Italia».

È del tutto evidente l’incongruenza di tali propositi che manifestamente costituiscono una alterazione profonda della verità storica, che come tutte le falsificazioni non potrebbe servire alla pacificazione ma produrrebbe il suo contrario. È infatti soltanto il riconoscimento della Verità che può rappresentare il necessario punto di partenza per una pacificazione nazionale che purtroppo non è stata ancora pienamente conseguita nel nostro paese.

Va anche osservato in proposito che la figura di capo della prospettata onorificenza, nella persona del Presidente della Repubblica, rappresenti quantomeno una gravissima forzatura del suo ruolo di garante della forma repubblicana e della Costituzione del nostro paese, e quindi del processo virtuoso attraverso il quale questa nuova identità nazionale è stata conseguita, in sostanza della verità storica.

Concludendo, riteniamo che la proposta di legge n. 1360, in nome di un comune patriottismo della Costituzione e della democrazia, e di un’auspicabile concordia nazionale su di un tema che come questo definisce l’essenza stessa della nostra comunità, debba essere ritirata o comunque disattesa.

Raimondo Ricci*

*Raimondo Ricci è Vice Presidente Nazionale Vicario dell’ANPI

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