Memoria e Antifascismo

I circoli Arci: una storia partigiana

By 1 Aprile 2024 No Comments

L’Antifascismo è divisivo. Se sei fascista.” Lo scorso anno, senza troppi giri di parole, la campagna di affissioni di Arci, in occasione del 25 Aprile, ricordava a tutti che il re è nudo. Realizzata in collaborazione con Testi Manifesti, aveva il merito di provare a mettere al centro un concetto molto chiaro, divisivo, partigiano: l’antifascismo non è un valore che appartiene a qualche novecentesca organizzazione di sinistra, non è “solo” un principio scolpito nella nostra Costituzione, non è solo memoria. L’antifascismo è una precondizione per agire e prendere parte alla vita sociale e politica nella nostra Repubblica, è il collante con cui il nostro Paese ha saputo rialzarsi dopo che il fascismo aveva portato distruzione, morte, soppressione delle libertà civili e politiche, colonialismo e guerra.

Inutile dire che il presente che stiamo vivendo pare purtroppo restituirci più di qualche assonanza con quei terribili anni del Novecento e l’eco di alcuni temi cari al fascismo è più che mai evidente, anche se si presenta in forme nuove e con linguaggi aggiornati.

Perché questo preambolo e cosa c’entrano i circoli Arci (seppure meritevoli di aver fatto una campagna di comunicazione efficace)? Anche in questo caso la ragione ha radici profonde che ci conducono a una riflessione più organica e complessiva. L’Arci è una delle poche organizzazioni del Novecento sopravvissute alla fine della guerra fredda e una di quelle che hanno saputo cambiar pelle più volte nel corso degli anni, mostrando capacità di adattamento e una originale interpretazione dei bisogni delle persone e dei territori in cui agisce.

Prova ne è il fatto che i circoli di oggi sono sempre più eterogenei e permeabili, a volte più “specializzati” attorno a un linguaggio culturale – musica, teatro, cinema – ma allo stesso tempo più capaci di interpretare cosa significa, al giorno d’oggi, organizzare la socialità, il tempo libero, l’attivismo culturale e politico. Le radici dell’Associazione, però, sono saldamente piantate nel terreno antifascista e partigiano: provate a entrare all’Arci San Lazzaro, per esempio, e noterete che, all’ingresso del bar del circolo, campeggia la scritta: Se sei omofobo, o se sei razzista, oppure non sei antifascista, per favore, non entrare in questo bar.

La stessa presenza capillare dei circoli Arci nel nostro territorio è strettamente legata alla storia della Resistenza. Basti pensare che i circoli della prima generazione, ovvero quelli nati nel dopoguerra, sono stati fondati dai partigiani e la maggior parte di questi spazi porta il nome, indelebile, di un loro compagno caduto in battaglia (Guernelli, Benassi, Trigari, ecc..) tanto per citarne qualcuno. In questi spazi, dove spesso trovano casa anche altre associazioni e organizzazioni, come tante sezioni dell’Anpi, la memoria dei circoli è portata avanti oggi anche dalle nuove generazioni che li gestiscono con rinnovato entusiasmo. Non è un caso che Il circolo Arci Guernelli, oggi frequentato perlopiù da persone under 40, abbia scelto di intitolare la nuova palestra popolare a Gino Milli, storico dirigente del circolo ed ex partigiano.

Eppure, il tratto che deve interessarci, non è il fatto che il circolo abbia dedicato una palestra popolare a Gino Milli, ma il fatto che le persone continuino a organizzarsi attraverso la forma del circolo, a creare una palestra in un quartiere complicato, o a creare luoghi dove le persone possano incontrarsi per discutere, per stare insieme, per ascoltare o fare musica, per danzare, per organizzarsi.

Luigi Pintor diceva che “azione è uscire dalla solitudine” e oggi i circoli Arci rappresentano dei luoghi preziosi dove poter uscire dalla solitudine, dove poter prendere parola, dove potersi organizzare per dare risposte ai bisogni delle persone e dei territori, per rispondere alla precarietà e all’impoverimento, per dare accoglienza a chi arriva da altri Paesi, per dare opportunità a ragazzi e ragazze, per creare, insomma, un’alternativa a chi soffia sulla guerra, a chi attacca i diritti dei lavoratori, a chi toglie la casa a chi non può permettersela, a chi discrimina e opprime.

Troppo spesso abbiamo lasciato le persone sole nei territori, e nella loro solitudine hanno trovato più spesso risposte – semplicistiche e reazionarie – nei partiti e movimenti di estrema destra. Praticare la resistenza, oggi, essere antifascisti, significa non rassegnarsi a questo scenario, agendo nei territori, sperimentando alleanze e linguaggi nuovi, prendersi cura delle comunità e delle persone. Con radici salde e partigiane.

 

 Marco Pignatiello