Cultura

“Diario della vita del ribelle”. Gino Nadalini, da soldato a partigiano in Grecia, Bologna, Pendragon, 2023

By 19 Ottobre 2023 No Comments

Vincenzo Sardone (con la collaborazione di Luciano Nadalini),

di Anna Cocchi ed Elisabetta Perazzo

La storia dell’Anpi prende il via nella fase più tragica della guerra, quando l’occupazione nazista e il tentativo fascista di mantenersi in vita con la Repubblica di Salò costrinsero gli italiani a decidere da che parte stare. Già l’8 settembre del 1943, con il disvelamento della catastrofe della guerra e la perdita materiale di una guida, ogni singolo italiano dovette fare i conti con la propria visione del mondo, i propri sogni, le proprie speranze, i propri affetti. Dopo vent’anni di un regime che aveva cresciuto due generazioni di giovani al suono di una fanfara fatta di verità manipolate, di propaganda menzognera, di “libro e moschetto fascista perfetto”, gli italiani si erano ritrovati soli, sconfitti e col nemico in casa.
E tuttavia tanto sconvolgimento portò con sé anche il risveglio di una coscienza collettiva, la determinazione, per molti, di rendersi partecipi di un progetto nuovo che disegnasse un futuro fatto di libertà, giustizia sociale e pace. I partiti antifascisti, che si costituirono subito nel Comitato di Liberazione Nazionale, diedero voce e organizzazione a questa volontà, consapevoli che la lotta di liberazione avrebbe segnato la rottura definitiva col passato fascista, ma che avrebbe anche avuto costi altissimi in vite umane e distruzione del Paese.
L’Anpi venne fondata dal Cnl del centro Italia il 6 giugno del 1944 e ne fecero fin da subito parte tutti i capi partigiani che guidavano la Resistenza nel Comando generale dei Volontari della Libertà, il braccio armato del Cnl, il ricostituito esercito di Liberazione, a cui si unirono molti resistenti.
Era necessario dare voce e unità al movimento partigiano, impegnato a restituire all’Italia piena libertà e, con la partecipazione attiva alla ricostruzione materiale e morale del Paese, a impedire in futuro il ritorno di ogni forma di fascismo. Una Resistenza, la nostra, rappresentata non solo dalle brigate partigiane operanti nel nostro territorio, ma anche dai tanti militari italiani che combatterono fuori dai nostri confini. Soldati italiani che, nel settembre del 1943, da nemici divennero compagni di strada dei nuclei di resistenza formatisi in quei paesi europei, in cui si erano imposti come occupanti, come pure dentro i campi di concentramento tedeschi rifiutando l’adesione alla Repubblica di Salò.
È successo in Grecia, in Albania, in Jugoslavia e in Francia, spesso anche subendo la naturale diffidenza dovuta alla recente memoria dell’occupazione nazifascista. Soldati italiani che con le loro vite hanno riscattato l’onore del nostro Paese.
La storia raccontata in questo libro, infatti, ci parla di un soldato italiano, Gino Nadalini, che in Grecia l’8 settembre ’43 decise di unirsi ai partigiani greci (gli andartes), rifiutando sia la resa ai tedeschi, sia l’adesione alle milizie repubblichine collaborazioniste.
Queste storie non vanno dimenticate per due ragioni: la prima perché le loro scelte smentiscono l’adagio che la Resistenza abbia riguardato solo la parte del Paese che subì l’occupazione nazista più a lungo; la seconda perché le loro esperienze, con il loro contributo alla liberazione di altri popoli, rafforzarono e diedero concretezza alla realizzazione del Manifesto di Ventotene: il sogno di una Europa libera, unita e democratica.
Eppure, fin dall’immediato dopoguerra si cercò in ogni modo di nascondere il grande portato della Resistenza e della guerra di Liberazione, quasi che essere stati partigiani fosse diventata ragione di sospetto e di ostacolo ai nuovi equilibri usciti dalla guerra. Con la rottura dell’unità nazionale e la formazione di un nuovo governo che escludeva socialisti e comunisti, riprese forza negli apparati istituzionali una certa continuità con metodi e procedure attive sotto il regime fascista, in contrasto con i princìpi fondamentali scritti nella nuova Costituzione Repubblicana.
I primi a farne le spese furono proprio i partigiani che avevano aderito ai Volontari della Libertà e che furono espulsi dai corpi di polizia; ma poi l’ostracismo si allargò fino a toccare migliaia di lavoratori pubblici e privati, che furono licenziati solo perché appartenenti al Partito Comunista e/o al sindacato Cgil, molti di loro conosciuti per la loro appartenenza alle brigate partigiane. Solo a Bologna più di 8.000 furono i licenziati per rappresaglia politica e sindacale nei settori privati; 250 nelle amministrazioni pubbliche.
Uomini e donne che avevano fortemente creduto nel patto costituzionale e che pagarono col licenziamento, quando non anche con la condanna ad anni di detenzione, la loro coerenza con gli ideali per cui avevano lottato. Ma quel che è peggio, le loro vicissitudini hanno subìto il silenzio; una sorta di damnatio memoriae che li ha cancellati dai libri di storia, forse per la difficoltà ad affrontare una riflessione completa sulle tante contraddizioni che allora si aprirono e che condizionarono non poco la realizzazione piena del nostro dettato costituzionale.
Dobbiamo in gran parte all’Anpi e alla sua infaticabile attività se non si è persa la memoria di una pagina davvero straordinaria di coraggio e di riscatto del nostro Paese.

Un tassello di storia
di Mauro Maggiorani
Credo che la storia sia un mosaico di cui possiamo apprendere appieno il senso solo soffermandoci ad analizzare da vicino i singoli tasselli. Questa possibilità ci è offerta dalla vicenda umana, comune a molti militari italiani dopo l’8 settembre del 1943, vissuta dal castelfranchese Gino Nadalini, in quegli anni soldato in Grecia.
Dopo l’armistizio, una fetta significativa dell’esercito italiano scelse di non collaborare con l’ex alleato nazista per dare, attraverso percorsi diversi, il proprio contributo alla Resistenza. Fu il caso occorso anche a Gino Nadalini, unitosi ai partigiani greci; una scelta che significava un doppio rifiuto: la resa ai tedeschi e l’adesione alla Repubblica sociale italiana.
Questo piccolo ma significativo tassello di storia possiamo raccontarlo, a distanza di ottant’anni dagli eventi, grazie alla “passione per la memoria” dimostrata dal protagonista Nadalini e rinnovata negli anni da suo figlio Luciano.
Dell’esperienza greca Gino aveva conservato infatti un piccolo ma prezioso archivio, costituito soprattutto da un fondo personale composto da materiale fotografico, documenti, annotazioni e appunti. Questo materiale, assolutamente unico, andava a tracciare una sorta di “diario” di quell’esperienza. Volontà che segnala la consapevolezza con cui Gino visse quei mesi, immaginando che sarebbero stati tra i più significativi della sua vita.
Partendo dall’archivio privato Nadalini, conservato da Luciano – che di memoria storica si è sempre occupato, avendo a sua volta prodotto un archivio fotografico dichiarato di notevole interesse storico dal Ministero della Cultura – e utilizzando altre fonti, in particolar modo un documento rinvenuto presso l’Archivio di Stato di Bologna (il foglio matricolare, che riporta con precisione la storia militare di Gino), Vincenzo Sardone ci ha restituito una storia ricca e avvincente.
Alle fonti archivistiche, l’autore ha aggiunto le conoscenze personali, frutto di anni di studio e ricerca su questi argomenti, la letteratura e la memorialistica esistente sulla guerra in Grecia e nei Balcani, oltre ad altre fonti secondarie, principalmente di natura giornalistica, coeve ai fatti narrati.
Un lavoro importante, arricchito dalle illustrazioni del fondo Nadalini, che può fornire una base di partenza per coloro che, specie se studenti, vogliano approfondire un pezzo di storia tra i meno conosciuti e frequentati nei percorsi scolastici nazionali.