Memoria e Antifascismo

Monte Sabbiuno: l’architettura della memoria – Intervento di Giovanni Maria Flick

By 20 Dicembre 2019 No Comments

Il 14 e il 23 dicembre 1944 dal carcere di San Giovanni in Monte due gruppi di prigionieri, incolonnati a piedi o su camion coperti, vennero condotti attraverso le strade del centro di Bologna verso le colline fino a Sabbiuno dove furono fucilati. Nel dopoguerra vennero ritrovati in fondo al calanco dalle pareti del quale erano stati fatti precipitare.

Erano partigiani rastrellati dai nazisti tedeschi e dai fascisti italiani nella zona nord est di Bologna.

L’azione antipartigiana a Bologna si intensificò con l’arresto e la fucilazione del gruppo dirigente del partito d’azione avvenuto il 20 ottobre. Il 7 e il 15 novembre la battaglia di Porta Lame e lo scontro della Bolognina; iniziarono i rastrellamenti e molte basi dei resistenti vennero scoperte grazie alle indicazioni di fascisti e di due tedeschi infiltrati.

Il sovraffollamento del carcere di San Giovanni in Monte e la necessità di disfarsi di elementi considerati pericolosi impose una nuova strategia: non più grandi stragi, come quella di Marzabotto; i prigionieri dovevano sparire senza che nessuno sapesse più niente di loro, e il calanco, che avrebbe divorato e nascosto quei corpi per sempre, era il luogo ideale. Perciò in due riprese, il 14 e il 23 dicembre ‘44, i prigionieri, circa un centinaio, furono portati a Sabbiuno, fatti pernottare nella casa colonica, condotti al mattino sul ciglio del calanco e fucilati.

Le pietrecontinuano a parlare, anchequando le voci iniziano a tacere e via via si spengono: oggi siamo qui riuniti per ascoltare il linguaggio di quelle pietre che segnarono il sacrificio dei morti insepoltidi Monte Sabbiuno.

Tre date – l’8 settembre 1943, il 25 aprile 1945, il 2 giugno 1946 – sono incancellabili nella nostra memoria e nel nostro DNA ancora e soprattutto oggi, in un periodo di rinnovate difficoltà, di dubbi, di ostacoli: assai diversi e certamente meno pesanti rispetto a quelli superati allora dal nostro paese; ma egualmente difficili da superare oggi.

Perché ricordare oggi e qua, in questo sacrario naturale, la Resistenza e la sua conclusione vittoriosa dopo tanti lutti, sofferenze, pagine di eroismo e sacrificio, ma anche di odio, di contrasto, di indifferenza, che il nostro paese e il nostro popolo allora scrissero nella

loro storia?

Che cosa ricordiamo, al di là di una celebrazione che rischia di diventare retorica; di sbiadire sempre di più con il passare del tempo? La Resistenza ha ancora qualcosa da insegnarci, al di là del richiamo a qualche pagina di storia passata?

La risposta viene dalla storia e dal suo legame con l’attualità. “Chi dimentica il passato è condannato a ripeterlo”. Sta scritto sui cancelli del campo di concentramento di Dachau e – idealmente – di tanti altri luoghi di sterminio, di odio, di egoismo, di sofferenza e di morte che hanno segnato il territorio europeo durante la Resistenza e l’ultima guerra; che oggi segnano il Mediterraneo, cimitero d’Europa come lo furono Auschwitz, altri campi di sterminio e di concentramento, le città distrutte dai bombardamenti.

Ricordare il passato per vivere il presente e progettare il futuro dei nostri figli e dei loro figli. Il messaggio della Resistenza, il suo insegnamento, si inverano nella scelta repubblicana del 2 giugno 1946 e nella Costituzione che nacque come sua conseguenza. Non ci sarebbe oggi una Resistenza da celebrare e su cui meditare, senza la Costituzione attraverso la Liberazione; ma non ci sarebbe neppure una Costituzione senza la Resistenza e senza la Liberazione.

La Resistenza come lotta contro il nazismo invasore e contro la sua ideologia perversa è stata una realtà europea, nell’ultima guerra mondiale. Ha costituito la premessa per la nascita e lo sviluppo dell’unità europea; per un’Europa della pace, della giustizia e dei diritti, che speriamo si realizzi nonostante la crisi che l’Europa sta attraversando, i sovranismi e gli egoismi nazionali. La caduta del muro di Berlino, di cui abbiamo da poco celebrato il trentesimo anniversario, ne è la testimonianza più recente. Ma la Resistenza italiana presenta una particolarità che la rende forse più difficile di quella che si svolse negli altri paesi europei.

La Resistenza è stata per noi anche un movimento di massa corale e politico prima che militare. Un movimento di liberazione dal regime totalitario fascista che per un ventennio aveva occupato il nostro paese dall’interno, con un apparato di violenza, di oppressione e di cancellazione delle libertà civili, politiche, sociali ed economiche.

Quell’apparato non può essere mascherato dal maldestro – e purtroppo ripetuto ancora oggi – riferimento a qualche “benemerenza”, a qualche opera pubblica e a qualche risultato economico raggiunti dal fascismo. Non può essere occultato dal confronto di una sua pretesa bonomia e tolleranza del dissenso, rispetto alla ferocia e alla repressione del regime nazista.

Durante il ventennio i treni arrivavano in orario; forse. Ma alla fine della guerra i binari, i ponti, le stazioni erano distrutti. Durante il ventennio vi furono i manganelli, l’olio di ricino, la violenza, gli omicidi: Giacomo Matteotti, i fratelli Rosselli e tanti altri stanno a

ricordarcelo.

Durante il ventennio si raggiunse con i Patti Lateranensi e il Concordato la pace religiosa; ma contemporaneamente si adottarono le ignobili leggi razziali del 1938 e si diede inizio alla persecuzione dei cittadini di religione ebraica. Durante il ventennio si svilupparono le industrie; ma si soffocarono le libertà civili e sociali; si praticò con ogni mezzo la persecuzione degli avversari politici e del dissenso.

Il prezzo conclusivo – certamente non l’unico – del ventennio fascista fu una guerra sciagurata. Fu un prezzo elevato, pagato con il sacrificio e l’eroismo dei soldati e della popolazione civile. Ma fu pagato anche con la fuga e con l’irresponsabilità di chi consentì e concorse a quella guerra, dopo aver avallato altre scelte irresponsabili e criminali; di chi contribuì alla disorganizzazione e allo sfacelo dell’armistizio dell’8 settembre 1943, nel tentativo di dissociare la propria responsabilità e connivenza con il fascismo.

La Resistenza e la Liberazione segnano uno spartiacque incancellabile tra il passato e il futuro: nonostante i tentativi da più parti per ostacolare gli sviluppi di quella svolta; per sminuirne l’importanza e il significato; per dimenticarla; per conservare il quadro istituzionale e politico antecedente al fascismo; per ridimensionare a meri auspici programmatici i princìpi affermati dalla Costituzione; per ritardarne l’attuazione.

Sono tentativi ricorrenti. Ancora oggi si manifestano – anzi, crescono a diversi livelli – nella “nostalgia del fascismo”, nel negazionismo, nell’antisemitismo, nel rifiuto e nella violenza verso forme antiche e sempre ricorrenti di una “diversità” che è in realtà intesa come “inferiorità”. La “diversità” della donna, del migrante, dell’ebreo, in una cultura di intolleranza di cui essi sono tre esempi emblematici fra i tanti. In quella cultura l’odio e la violenza verso ogni “diverso” trovano terreno fertile per germogliare e svilupparsi.

È l’esatto contrario degli obiettivi che ci propone la Costituzione all’articolo 3. La “pari dignità sociale” e l’eguaglianza “senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali”. La rimozione degli “ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese”.

La Resistenza e la Liberazione hanno molto da insegnarci anche oggi, nel loro duplice significato: una lotta vittoriosa contro l’invasore esterno; una lotta contro il fascismo interno, vittoriosa solo in parte rispetto alla “cultura” di quest’ultimo e alla sua presenza oggi in forme diverse da quelle del ventennio.

La Resistenza fu un movimento corale, politico e civile oltre che militare. Basti

ricordare gli scioperi del marzo 1943; la reazione di militari e civili dopo l’armistizio; la scelta delle centinaia di migliaia di militari di non schierarsi con la repubblica di Salò, a prezzo della morte (come a Cefalonia) o del campo di concentramento; le migliaia di donne e uomini che a rischio della vita salvarono civili e militari alla macchia, ebrei, soldati stranieri fuggiaschi; la lotta armata di chi – operai, contadini, intellettuali, civili e militari – in montagna come in città combatté e spesso morì per cacciare l’occupante nazista; le vittime civili inermi – donne e bambini – trucidate da quest’ultimo in numerose stragi.

Due testimonianze – fra loro contrapposte – valgono a conservare e a tenere viva la memoria della Resistenza: da un lato la voce dei giovani condannati a morte dai nazifascisti nel corso di essa; dall’altro il silenzio dell’ “armadio della vergogna” sulle responsabilità di molte, troppe stragi.

Nelle ultime lettere dei condannati a morte della Resistenza i valori politici e ideologici vengono dopo quelli della famiglia, della religione e della patria; esprimono una Resistenza intesa come valore non di una parte politica, ma di una comunità che voleva vivere in pace, libera dall’oppressione straniera. Sono voci per la maggior parte di giovani, contadini, operai, artigiani, braccianti: eroi anonimi trascurati dalla storia; nelle loro lettere non c’è quella retorica che troppo spesso troviamo in certi scritti e discorsi sulla Resistenza.

In quelle lettere la componente della guerra civile, delle lotte di partito e di classe appare in qualche modo in seconda linea. Esse testimoniano la spontaneità della reazione di quei ragazzi, spesso uniti nella scelta e nella lotta dalla amicizia, dalla parentela, dalla provenienza comune da un borgo o da una città.

Alcuni di loro hanno frequentato appena le scuole elementari, in un paese prevalentemente agricolo con una percentuale non irrilevante di analfabeti e di semianalfabeti.

Quelle lettere sono caratterizzate soprattutto dalla dimensione affettiva, dal richiamo a una famiglia di matrice contadina e alla solidità dei rapporti di parentela. Ridimensionano l’ideologia e rendono evidente la spontaneità e certe volte l’improvvisazione della scelta resistenziale nella maggior parte di quei ragazzi, i quali salirono in montagna più per sfuggire alla leva militare di Salò che per una scelta di vita.

Quelle lettere sono testimonianze che si diversificano per età, situazione familiare, condizione sociale, titolo di studio, eventuale affiliazione politica, profondità del rapporto con la religione, consuetudine con la scrittura. Ma sono tutte testimonianze lontane dallo stereotipo del «rivoluzionario professionale».

Più che trasmettere il senso della «bella morte», trasmettono le ragioni di vita e le 5

speranze di tanti che contribuirono a distruggere una «società dell’oppressione»; a difendere a prezzo della vita la libertà loro e dei loro figli; a costruire il presente e il futuro di questi ultimi e il nostro.

Che senso hanno oggi quegli scritti? Cosa abbiamo fatto della idea di società e di solidarietà che ci hanno trasmesso? Che significato riconosciamo alla loro morte?

Questo mi sembra, oggi, il nucleo centrale della riflessione sulla Resistenza; si sviluppa nella riflessione, più che mai attuale, sulla nostra Costituzione. Essa è nata dalla Resistenza e dalla Liberazione, oltre che dal più ampio e generale sconvolgimento dell’Europa nella guerra e nelle sue atrocità ed orrori (la Shoah; le armi di distruzione di massa; il coinvolgimento indiscriminato dei civili).

La Costituzione rappresenta un “compromesso alto” e il patto sociale di una nuova convivenza, nonostante le sue lacune e le sue ingenuità sottolineate dal decorso del tempo. Sono pochi gli interventi correttivi necessari, soprattutto nella seconda parte di essa. Mentre sono intangibili i suoi Principi fondamentali richiamati nel preambolo e i Diritti e doveri dei cittadini definiti nella prima parte.

La riflessione sulla Costituzione nata dalla Resistenza è necessaria oggi per conoscerla (perché è ignorata da troppi, nonostante la semplicità del suo linguaggio); per attuarla (ciò che non è ancora stato fatto completamente in questi settanta anni). È necessaria per introdurre nella Costituzione poche modifiche veramente indispensabili, anzichè demolirla attraverso delle scelte referendarie troppo complesse e quindi incomprensibili per chi deve decidere con un SI o con un NO; o disapplicarla direttamente in tutto o in parti significative ed essenziali.

È una riflessione necessaria per comprendere che l’accusa alla Costituzione di non essere oggi più attuale è in realtà il tentativo della politica di nascondere la propria incapacità e il rifiuto di attuarla.

Il secondo insegnamento nasce dalla vicenda emblematica di quello che venne definito “l’armadio della vergogna”. In esso vennero racchiusi per molto, troppo tempo, i fascicoli processuali che raccontavano tante delle stragi compiute dai nazisti e dai loro complici. È un insegnamento che dobbiamo al coraggio, alla tenacia, all’impegno di quanti (prima pochi, come il giornalista Franco Giustolisi con il suo libro “L’armadio della vergogna”; poi sempre più numerosi, ma sempre troppo pochi) seppero risvegliare e tener desta la memoria delle vicende e dei luoghi segnati dagli eccidi nazisti che hanno insanguinato l’Italia durante l’occupazione e la Resistenza. 6

Tanti eccidi erano rimasti a lungo impuniti: 695 fascicoli per più di cinquanta anni archiviati e nascosti in quell’armadio con le ante rivolte verso il muro, negli scantinati della Procura generale Militare di Roma. In essi c’erano i nomi delle vittime e degli assassini, c’erano i luoghi e c’era dunque la possibilità concreta di ricercare la verità e sanzionare le responsabilità di quegli eccidi; il fascicolo dell’eccidio di Sabbiuno non era peraltro fra essi. La “giustizia” per quell’eccidio si risolse “presto” con due condanne a morte di complici italiani degli eccidi, poi commutate ed amnistiate.

L’armadio venne scoperto “per caso”. Della vicenda si occuparono il Consiglio Superiore della Magistratura Militare e una Commissione Parlamentare istituita per legge nel 2003. Quest’ultima si concluse nel 2006, richiamando nella relazione di minoranza una responsabilità politica per quella “archiviazione”, prospettata anche dal Csm militare e dalla Commissione giustizia della Camera. La responsabilità politica sarebbe stata riconducibile alla “ragion di stato”: sia per il ruolo primario nel frattempo assunto dalla Germania postbellica in sede europea; sia per il timore di analoghe rivendicazioni e denunce, che l’Unione Sovietica, l’Albania ed altri avrebbero potuto rivolgere all’Italia per i crimini di guerra ascrivibili a soldati e ufficiali italiani.

I fascicoli “riemersi” vennero smistati alle varie Procure Militari competenti per i processi, nei limiti delle possibilità per il tempo trascorso dai fatti. A fronte di reati imprescrittibili, c’erano molte difficoltà oggettive: l’età dei responsabili, molti dei quali non più in vita; la raccolta delle prove; l’assenza di collaborazione, e tanto più di estradizioni, da parte dell’autorità giudiziaria e del ministero della Giustizia tedeschi. Vi furono indagini, dibattimenti e alcune condanne all’ergastolo; ma i risultati furono lontani dal numero degli eccidi.

La rilettura (e per molti, la lettura) delle lettere dei condannati a morte della Resistenza e delle vicende dell’armadio della vergona è un’occasione preziosa per ricordare oggi – in un momento difficile e complesso nella vita del nostro Paese – l’importanza del legame fra Resistenza, Liberazione e Costituzione.

La memoria guarda al futuro attraverso l’esperienza (e la sofferenza) del passato. Ne abbiamo bisogno, in un presente che vede riaffiorare quotidianamente l’intolleranza, il rifiuto delle diversità, l’antisemitismo, la violenza xenofoba, il fanatismo religioso, la violazione dei diritti umani a cominciare da quello alla vita.

Si assiste, tuttavia, anche ad alcune contraddittorie tendenze. Da un lato sembra si vogliano moltiplicare le memorie; dall’altro sembra si vogliano sfumare le differenze e 7

minimizzare, relativizzare torti e ragioni del passato. Poiché ognuno credeva di agire nella ragione, non ci sarebbero differenze tra Resistenza e collaborazionismo, tra fascismo e antifascismo, tra parte giusta e parte sbagliata.

Non è così. Bisogna rileggere le parole dei costituenti, per non dimenticare mai che solo tenendo sempre vive le proprie radici sarà possibile riconoscere le ragioni degli altri e rispettare tutte le memorie. La nostra radice è la Costituzione che nasce dalla Resistenza e dal dialogo tra forze e ideologie diverse; esse nella lotta di liberazione trovarono il comune denominatore e riscattarono la dignità della Patria.

Che ci sia stata, con il venir meno della passione e dello spirito costituente, un po’ di retorica dell’antifascismo; che soprattutto dopo la liberazione, si siano commessi errori e abusi, si siano regolate vendette e questioni personali, si sia agito senza pietas, in alcune regioni al limite della guerra civile, è altra cosa che non va taciuta o negata. Ma da ciò non può derivare la sbrigativa equazione per la quale in guerra tutti si è vittime e tutti si è colpevoli; per cui, a stare dalla parte della ragione sarebbero sempre e soltanto i vincitori. Allo stesso modo va rifiutata la pretesa, spesso avanzata in passato, di considerare la Resistenza come patrimonio esclusivo di una parte politica; o, al contrario, di liquidarla frettolosamente, ignorando la storia, come un “derby tra fascisti e comunisti”.

Lascia perplessi la ambigua e maldestra definizione dell’8 settembre 1943 come «… Una data particolarmente simbolica della nostra storia patria, perché in quell’estate di 75 anni fa si pose fine ad un periodo buio della nostra storia, culminato con la partecipazione dell’Italia a una terribile guerra…». E’ una definizione attribuita da un giornale (l’11 settembre 2018) ad un rappresentante istituzionale elevato, in occasione dell’apertura della Fiera del Levante a Bari.

Lascia assai più indignati l’ostentazione di simboli indiscutibilmente nazisti e fascisti, che vengono interpretati come segno di commemorazione, di pace, di umana pietà, anziché come evocazione – sia pure nostalgica – di “valori” inammissibili per il nostro ordine costituzionale; e ciò al di là delle sottigliezze e delle argomentazioni giuridiche, nonostante i due contributi legislativi espliciti al divieto di “riorganizzazione sotto qualsiasi forma del disciolto partito fascista” (disp. di attuazione XII della Costituzione) e a quello di qualsiasi forma di discriminazione.

Di fronte all’indifferenza, alla convinzione diffusa circa l’inattualità degli ideali della guerra di liberazione dal nazi-fascismo, bisogna diffondere, soprattutto nei giovani, la conoscenza della Resistenza e della Liberazione. Perché da lì proveniamo. La democrazia e la 8

libertà, che consideriamo naturali e scontate, nascono dal sacrificio di intere generazioni: «L’abitudine alla libertà e alla democrazia – per dirla con le parole del presidente Mattarella – rischia talvolta di inaridire il modo di guardare alle istituzioni democratiche, rifiutando di impegnarvisi o anche soltanto di seguirne seriamente la vita». Solo tenendo vive le proprie radici sarà possibile riconoscere le ragioni degli altri e rispettare tutte le memorie.

Il rischio che si cancelli ogni traccia di memoria è sempre presente; l’esortazione e la vigilanza sono sempre opportune: da ogni rievocazione, tanto più da ogni ricostruzione storica, si può e si deve scavare oltre la retorica, oltre l’agiografia, oltre i miti. Resta sempre, intatta, la sostanza: la sofferenza, la passione di quanti contribuirono al riscatto di un popolo sconfitto, alla rinascita e allo sviluppo di istituzioni democratiche soffocate da vent’anni di dittatura fascista; la scelta definitiva per la forma repubblicana dello Stato; la faticosa, e proprio perciò ammirevole, redazione di una Carta fondamentale della nostra convivenza.

Ricordare il passato – i suoi successi, ma anche i suoi errori e i suoi orrori – vuol dire porre le premesse per un futuro diverso. Vivere con l’esperienza del passato vuol dire conoscere e prevedere i rischi a cui si può andare incontro nuovamente e cercare di evitarli.

Ricordare e meditare, soprattutto nelle scuole, le pagine di quel passato che oggi celebriamo qui a Sabbiuno, è fondamentale perché si aprano le ante degli armadi della vergogna che ancora sono nascosti nelle cantine delle nostre istituzioni. Perché altri armadi non si riempiano con nuovi fascicoli, che ancora oggi continuano a prodursi quando l’omertà e la pavidità non sono capaci di impedire o almeno di denunciare i tradimenti del proprio dovere e del giuramento di fedeltà alla Repubblica e di lealtà alla Costituzione.

Quella di Sabbiuno, come tante altre pagine della Resistenza, è stata ed è la premessa della Costituzione. Aiuta a capire come la Costituzione mira ad evitare che il passato di cui vergognarsi si riproponga nel futuro; sconfigge la tentazione di vivere solo in un presente artefatto, negando il diritto e il dovere alla memoria: una sorta di morbo di Alzheimer sociale assai pericoloso; ma assai diffuso di questi tempi.