Cultura

Il 25 Aprile di Carlo Lucarelli

By 8 Aprile 2019 No Comments

Noto al grande pubblico per la sua poliedrica attività di scrittore, regista, sceneggiatore, conduttore televisivo e giornalista. Altrettanto noto agli studenti modenesi, come accompagnatore nei viaggi di studio ad Auschwitz.

Il 25 Aprile di Lucarelli bambino era una ricorrenza o era solo un’occasione per non andare a scuola?

A Parma, dove abitavo da piccolo, il 25 Aprile veniva celebrato, dal Comune o dall’Anpi non ricordo esattamente, piantando un albero. Parliamo più o meno del 1967. Non avevo ben chiaro il perché di quel gesto. Solo crescendo, cominciando a studiare e sentendo i discorsi dei nonni, ho cominciato a recuperare il significato della festa. Il fatto è che in quegli anni il 1945 non era poi così lontano e si dava per scontato che nelle famiglie ci fosse qualcuno che raccontasse. Solo più tardi si è capito che non tutti avevano il 25 Aprile nel loro Dna.

Quindi è stata la famiglia il veicolo per recuperarne il significato pieno?

Non solo. Ho avuto professori che hanno saputo insegnare la storia in modo coinvolgente e poi sono arrivate le letture personali, Italo Calvino, Cesare Pavese e i film; così adesso il 25 Aprile è per me una delle feste più importanti.

Oggi per molti non è così, come se lo spiega?

Credo che per troppo tempo si sia dato per scontato il significato di questa celebrazione. Avremmo dovuto continuare a raccontare il 25 Aprile per fare in modo che, un po’ come il Natale, mi si passi il paragone, che è nella mente e nell’immaginario di tutti e non ha bisogno di essere spiegato, anche quella data diventasse patrimonio comune e condiviso. A un certo punto ci siamo accorti che dando le cose troppo per scontate si rischia di perderle.

Non solo, stiamo assistendo anche a una pratica di revisione che rischia di snaturarne il significato…

Infatti, possiamo studiare la Resistenza secondo ogni suo aspetto, andando a cercare tutte le sfumature e, volendo, anche i peccati. Ma una cosa deve essere assolutamente chiara: ed è che la parola Liberazione ha un solo significato. Mi è capitato, accompagnando delle scolaresche ad Auschwitz, che a un certo punto alcuni ragazzi si siano messi a cantare Bella Ciao mentre altri hanno intonato Fratelli d’Italia. Come se Bella Ciao fosse da considerarsi l’inno dei comunisti e Fratelli d’Italia quello dei patrioti, in una sorta di contrapposizione. In realtà sappiano che non è così e che Bella Ciao è la canzone della Resistenza e che, pertanto, dovrebbe essere di tutti, proprio come l’inno nazionale. Devo dire che ne seguì un bel dibattito.

Come se ne esce?

L’unico modo è studiare. La storia è memoria oltre che fatti realmente accaduti e documenti. L’alternativa è quella di vivere in un eterno presente. Il fatto è che abbiamo smesso di raccontare le cose. Servono romanzi, serie Tv, film, ogni strumento è utile per raccontare, non serve un evento ogni tanto, ancorché celebrativo. La Resistenza, che avrebbe dovuto essere in primo luogo una bella storia, deve diventare patrimonio comune del nostro immaginario. Non solo. Far vedere il muro dove venivano fucilati i Partigiani, far vedere dove venivano impiccati, serve affinché sia ben chiaro a tutti che c’era chi stava da una parte e chi dall’altra e che no, non erano tutti uguali. Questa narrazione deve diventare un impegno anche degli intellettuali, non può essere demandata solo ai politici, ammesso che vogliano e sappiano farlo. Perché la narrazione funziona. Mi è capitato di assistere a discussioni concluse con: «Oh, guarda che mio nonno era Partigiano!» e questo bastava.

Di recente a Bologna degli studenti hanno festeggiato con torte decorate con l’immagine di Hitler. Difficile liquidare questo come una ragazzata. Per non parlare dei genitori che sono andati a ritirarle o del pasticciere che le ha confezionate.

Davvero terribile. Ma, come al solito, i tanti ragazzi e le tante ragazze assennati e per bene non fanno notizia.

Saranno pochi ma ci sono. Come possiamo intercettarli per spiegare loro che fascismo e nazismo non sono opinioni ma crimini?

Non stancandoci di raccontare le cose come sono andate, fermarci ad ascoltarli, parlare i loro linguaggi. Se si è capaci di raccontare le storie in genere si fermano ad ascoltarle.

Come passerà il prossimo 25 Aprile?

A Mordano come faccio sempre se non sono in giro. Ci si ritrova in piazza, ci sono delle letture e della musica. In ogni caso il 25 Aprile è per me sempre un’occasione per uscire, per stare tra la gente.

di Annalisa Paltrinieri

Foto di Francesca Cassaro

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